Roberto Fabbriciani and Luigi Nono: over a decade’s collaboration

I just published my contribution to this fascinating collaboration. Flutist Roberto Fabbriciani and composer Luigi Nono created wonderful pieces during the ’80s, when working and researching at the Experimentalstudio der Heinrich-Strobel-Stiftung des Südwestfunks E.V. di Friburgo, together with Ciro Scarponi (clarinet), Giancarlo Schiaffini (tuba), Susanne Otto (alto), Stefano Scodanibbio (cotrabass), and the musical assistants Hans-Peter Haller, Rudolf Strauss, Berndt Noll, Andreas Breitscheid and Alvise Vidolin. In this article (in Italian, but a larger version will be published in English soon, hopefully. I’ll keep you posted) I made an interview with Roberto Fabbriciani. Do not hesitate to write me if you are interested to get more information.

Laura Zattra, “A colloquio con Roberto Fabbriciani”, Rassegna Musicale Curci, 3, Anno LXVII – settembre 2014, ISSN 0033-9806, Milano, Edizioni Curci, pp. 45-51.

From the introduction

Negli ultimi dieci anni della sua vita, Luigi Nono (1924-1990) dedicò un’ampia parte della sua ricerca musicale allo studio di suoni inediti prodotti con strumenti acustici, e all’esplorazione del legame tra questi e la loro trasformazione con le tecniche del live electronics. Nono condusse tale indagine presso lo Experimentalstudio der Heinrich-Strobel-Stiftung des Südwestfunks E.V. di Friburgo a partire dal 1980, assieme ad alcuni musicisti che divennero suoi stretti collaboratori: Roberto Fabbriciani (flauto), Ciro Scarponi (clarinetto), Giancarlo Schiaffini (tuba), Susanne Otto (contralto), Stefano Scodanibbio (contrabbasso), assistito per gli aspetti tecnologici da Hans-Peter Haller, Rudolf Strauss, Berndt Noll, Andreas Breitscheid e Alvise Vidolin. Grazie a queste ricerche, nacque una serie di brani per organico ridotto con live electronics o in alcuni casi senza live electronics, tra cui A Pierre, dell’azzurro silenzio, inquietum (1985) dedicato a Pierre Boulez, Risonanze erranti (1986), Post-Prae-Ludium per Donau  (1988), «Hay que caminar» sognando (1989).

I brani sono il frutto di una ricerca durata anni, sviluppata in lunghe sessioni di improvvisazione e protrattasi anche dopo le prime esecuzioni. Nono considerava i propri brani come opere in continuo movimento fin da La Fabbrica Illuminata (1964), con complicazioni legate alla scrittura (difficoltà a rappresentare i rapporti del suono con lo spazio e il live electronics, o i suoni complessi), perché dipendenti da una prassi creativa cooperativa in parte orale. Sebbene Nono non considerasse tale aspetto un problema, esso rimase tale per chi dopo la sua morte si interessò, come studioso o come esecutore, alla sua musica. Philippe Albèra chiese a Nono nel 1987: « [PA] Le jour où vous n’êtes plus là, que se passe-t-il ? [LN] D’autres musiciens feront d’autres musiques! On essaie tout de même de fixer graphiquemenet les choses, mais j’ai dit plusieurs fois que je ne tiens pas au concept d’écriture! C’est comme la musique de Gabrieli: il écrit ‘a sonar et cantar’. La dynamique, le tempo, la répartition entre voix et instruments ne sont pas fixés. La pratique qui en faisait la réalisation a disparu […] [PA] Pour vous, faire, communiquer, vivre l’expérience de la création, est plus important qu’aboutir à une forme fixée… [LN] Absolument. ».

È importante per noi oggi preservare informazioni sulla prassi creativa ed esecutiva di questa musica. Il testo che segue presenta un’intervista a Fabbriciani e ripercorre l’affascinante ricerca artistica che lo legò a Nono. La conversazione si è svolta il 21.3.2011 a Firenze ed è nata in occasione di una mia ricerca su A Pierre. Dedicato a Boulez, il brano è un flusso di masse microtonali (sovracuti, suoni eolien, suoni ‘ombra’, armonici mobili) in lento movimento, manipolate in tempo reale con ritardi, trasposizioni, riverberi e spazializzazione, eseguite con dinamiche flebili da ppppp a mezzo forte, con gli strumentisti dislocati lontani l’uno dall’altro nello spazio esecutivo. La manipolazione dei suoni, con delay di 12 e 24 secondi, rende l’apporto degli strumenti e del live electronics indistinguibili, creando così una perfetta fusione e un continuo fluttuare di suono, che offre all’ascolto

un mobilità interna delicatissima e incessante, composta nello spazio e per lo spazio, alle soglie tra il suono e l’azzurro silenzio. Mobilità e spazialità sono aspetti decisivi e spiegano perché Nono può usare a proposito di un pezzo per due strumenti l’espressione A più cori, riprendendo la terminologia veneziana del secolo dei Gabrieli, da lui usata in molte altre occasioni (ad esempio chiamò cori i sette gruppi strumentali di 2° No hay caminos, hay que caminar…..Andrej Tarkowskij).

Luigi Nono and Roberto Fabbriciani courtesy www.robertofabbriciani.it

Luigi Nono and Roberto Fabbriciani, courtesy http://www.robertofabbriciani.it/

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